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La fonte della Mojenca, un luogo sacro della cultura di Golasecca.
Il potere rigenerativo delle acque, la barca solare e l'uccello acquatico:
considerazioni sulla religiosità dei Celti golasecchiani.
 
01 mojencaLa Mojenca è una antica fonte monumentalizzata in epoca protostorica e situata sulle colline a ovest della città di Como nel territorio del Parco Regionale della Spina Verde, più precisamente sulle pendici occidentali del Monte Croce, in località Rondineto. La struttura monumentale della fonte è costituita da due murature laterali in pietra a cui è stata sovrapposta una copertura in grandi lastre di granito con lo scopo di canalizzare le sorgenti che si situano a monte e di convogliarle nella valletta posta ad occidente.
La struttura della fonte fu realizzata in tre fasi. Inizialmente venne creato un alveo artificiale nella roccia arenaria di base e, insieme, fu realizzato un bacino trilobato (o pentalobato) davanti all'apertura della fonte. In un secondo momento sui lati dell'alveo vennero innalzati due muri di pietre a secco di grandi e medie dimensioni; infine fu approntata la copertura con grandi lastre orizzontali di granito e l'intero monumento fu interrato lasciando visibile solo l'apertura occidentale per l'uscita delle acque. La fonte prese così l'aspetto di una galleria larga circa 1,30 m e alta 1,5 m in corrispondenza dell'ingresso ma che si restringe progressivamente verso l'interno sia per quanto riguarda la larghezza che l'altezza. La lunghezza complessiva è di circa 16-18 m. Attualmente la parte più interna è parzialmente impraticabile a causa del crollo di una delle pareti laterali, come è possibile notare dall'avvallamento del terreno a monte dell'apertura.
Ad est della Mojenca era posta anticamente un'altra sorgente, probabilmente canalizzata in epoca antica da ciottoli e pietre poste lateralmente. Tra le due fonti era stata posizionata una struttura in pietra lunga 5 m di cui restano alcuni blocchi squadrati. Nella zona a sud della fonte è stato recentemente individuato dal Gruppo Archeologico Comasco Ulisse Buzzi quanto rimane di una grande struttura, probabilmente le fondazioni di un edificio che, denominato Camera della Mojenca sulla carta archeologica di Vincenzo Barelli (cfr. RAComo 1877, evidenza n.12), è andato perduto in quanto sommerso dalla vegetazione (per il momento la struttura è ancora inedita).
 
La fonte doveva essere ben visibile almeno dalla fine dell'800, se non da prima, in quanto è citata nella summenzionata carta del Barelli (RAComo 1877, evidenza D). Al tempo la zona era tenuta libera dalla vegetazione dall'attività agricola che, però, venne meno nel secondo dopoguerra, periodo in cui tutta l'area fu soggetta a frequenti opere edilizie oppure abbandonata alla crescita del bosco, come avvenne nella zona della Mojenca. Sappiamo inoltre, da testimonianze orali, che i contadini utilizzarono a lungo la fonte per attingere acqua prima che le abitazioni venissero dotate di rete idrica. Negli anni '70 il Gruppo Città di Como fece alcuni sondaggi rinvenendo ceramica protostorica. Nel 1982 Ulisse Buzzi, speleologo e fondatore del Gruppo Archeologico Comasco, penetrò all'interno della fonte e realizzò un accurato rilievo; sul fondo trovò alcuni frammenti ceramici databili all'età del Ferro. Nel 1995 vennero condotte indagini archeologiche più approfondite sotto la guida della dott.ssa Donatella Camporusso della Soprintendenza Archeologica della Lombardia che hanno permesso di recuperare diversi frammenti ceramici databili al V secolo a.C. e di precisare le tre fasi costruttive dalla struttura.
02 carta barelliAlla luce dei dati raccolti nel corso degli anni possiamo affermare la realizzazione della fonte è databile alla prima età del Ferro per via dei numerosi frammenti ceramici di quest'epoca recuperati nelle vicinanze, anche se non è stato mai effettuato un vero e proprio scavo stratigrafico. Impostata nelle prime fasi dell'età del Ferro, col tempo venne monumentalizzata e usata con continuità tanto da diventare un importante luogo sacro per le popolazioni comasche: l'importanza del luogo è documentata in primo luogo della sistemazione monumentale, per certi versi megalitica, della fonte ma anche dalla grande quantità di materiale ceramico, pertinente sopratutto al V secolo a.C., che si rinviene nelle immediate vicinanze del luogo sacro, fatto che va a testimoniare l'intensa frequentazione del luogo.
La fonte si trova in un'area estremamente importante dal punto di vista archeologico in quanto su queste alture, nella prima età del Ferro, si sviluppò un importante centro protourbano relativo alla cultura di Golasecca che, nel V secolo a.C., arrivò ad occupare la superficie di 150 ettari, paragonabile a quella di una grande città etrusca. Il monumento è riferibile a questa cultura, diffusa tra Lombardia occidentale, Piemonte orientale e Canton Ticino tra il IX e IV secolo a.C., che si procurò una grande ricchezza gestendo i traffici commerciali tra i paesi celtici a nord delle Alpi e le civiltà della penisola italica e del Mediterraneo, in particolare Greci ed Etruschi. Como è stato il centro più importante di questa cultura durante il V secolo a.C. e si è sviluppato proprio sulle colline dove si trovano la Mojenca e molte altre evidenze archeologiche. Qui e nelle necropoli comasche gli archeologi hanno rinvenuto diversi oggetti di importazione provenienti dalla penisola che dovevano prendere la via dei paesi celtici centroeuropei: vasellame bronzeo etrusco, ceramica attica ed etrusco-padana, recipienti di vetro di fabbrica rodia, il corallo, il vino e l'olio, addirittura l'incenso arabico rinvenuto in una tomba in località Salvadonica. In cambio di questi beni preziosi i Golasecchiani ricevevano dai Celti d'Oltralpe schiavi, pelli, sale ma soprattutto lo stagno, introvabile in ambito mediterraneo e indispensabile per la produzione della lega di bronzo.
 
03 pianvalleI Golasecchiani erano popolazioni di lingua celtica che usavano un alfabeto definito leponzio, adattato da quello nord-etrusco, come possiamo desumere dalle poche iscrizioni rinvenute, incise su ceramica o su lastre di pietra. La fonte è l'unico monumento archeologico della zona ad avere un nome proprio: Mojenca. Esso deriva probabilmente dal celtico muit o moier o da umru, tutte parole che indicano un luogo umido e bagnato. Si tratta di una radice indoeuropea ancora presente in alcuni toponimi ed in alcuni termini dialettali. Proprio in Lombardia è presente moia, moi con il significato di “a mollo, bagnato” o anche di “pantano”, “luogo acquitrinoso”. Per quanto riguardo la toponomastica lombarda, molti sono i nomi di luoghi contenenti questa radice: Cascina Moia nei pressi di Cantù, la frazione di Merone chiamata Moiana sulla sponda meridionale del Lago di Pusiano, il monastero Ca' Moiana a Magreglio (CO), la valle della Moiana ad Appiano Gentile, ecc. Anche in altri luoghi italiani troviamo la medesima radice: citiamo ad esempio la zona umida chiamata Le Moiane tra Tivoli e Guidonia, il Poggio Moiane, Borgo delle Moiane e Casale La Moiana nel senese, ecc (cfr. ALIVERNINI 2013). Alla luce di questi dati è plausibile che il termine Mojenca sia molto antico e che, magari, derivi proprio dal nome che usavano gli antichi golasecchiani per indicare la fonte.
 
Attualmente la fonte è visitabile e dotata di pannelli esplicativi, posta lungo il sentiero 11 del Parco della Spina Verde necessiterebbe di un intervento di recupero e valorizzazione ma non ha perso il suo fascino. Tanto più che il monumento è protagonista di un curioso fenomeno astronomico che si verifica in corrispondenza del Solstizio d'Inverno (21 dicembre): al tramonto del giorno più corto dell'anno i raggi del sole al tramonto penetrano all'interno della fonte, illuminandone la galleria per un piccolo tratto. Proprio per celebrare questo evento il Gruppo Archeologico Comasco Ulisse Buzzi ONLUS organizza ogni anno, il giorno del solstizio invernale, un incontro aperto a tutti in cui - nuvole permettendo - è possibile assistere al fenomeno astronomico, parlare della Mojenca e della cultura di Golasecca, di riti e tradizioni locali e scambiarsi gli auguri di serene festività natalizie.
04 mojenca solstizioPer alcuni la fonte fu appositamente realizzata in modo che si potesse osservare un tale fenomeno, mentre per altri si tratta solo di una curiosa coincidenza che non avrebbe fondamenta scientifiche. L'astrofisico Adriano Gaspani ha evidenziato allineamenti solstiziali in diversi siti della cultura di Golasecca tanto che egli stesso afferma che “il tramonto solstiziale invernale avrebbe potuto essere, per i Golasecchiani, il riferimento solare principale” e che “Nei siti in cui è marcata una sola direzione solare significativa essa è immancabilmente solstiziale invernale, chiaro esempio della preoccupazione che il solstizio d'inverno destò sempre presso le popolazioni antiche”. (GASPANI 1999). Per la fonte della Mojenca, però, Adriano Gaspani ritiene che la monumentalizzazione della sorgente sia connessa al tramonto della luna al momento del lunistizio estremo inferiore. Questo evento designa il tramontare della luna alla sua massima digressione meridionale, fatto che si ripete ogni 18,6 anni. La luna, così come il sole, è un astro che aveva un importante significato per i Golasecchiani e alcuni allineamenti lunari si trovano in diversi siti, tra cui quello di Pianvalle, poco distante dalla Mojenca (GASPANI 2006).
A nostro avviso un'ipotesi non esclude l'altra. Sebbene i calcoli astronomici mostrino che la Mojenca era allineata con maggiore precisione verso il lunistizio inferiore, non si può trascurare che un evento estremamente significativo come il tramonto del solstizio invernale abbia comunque un riscontro presso la fonte. Tanto più che il solstizio invernale è un evento che si ripete ogni anno e mentre il lunistizio inferiore solo dopo un intervallo di tempo molto più lungo, 18,6 anni, come abbiamo visto. La fonte potrebbe essere stata un luogo per la celebrazione di particolari eventi astronomici legati sia al ciclo lunare sia al percorso del sole durante l'anno. Entrambi gli astri avevano un grande rilievo nell'aspetto cultuale delle civiltà antiche, sia per quanto riguarda il calcolo del tempo per lo svolgimento di attività profane (agricoltura, pastorizia), sia in diversi ambiti religiosi e simbolici (feste e rituali).
E' difficile risalire alle tradizioni religiose e rituali golasecchiane per via della mancanza di fonti scritte che trattano queste tematiche. Come detto i Golasecchiani erano genti di tradizione celtica che usavano pochissimo la scrittura: le poche iscrizioni a noi pervenute non ci forniscono alcuna informazione riguardo le credenze religiose di questa civiltà. Le fonti scritte relative ai popoli celtici lombardi che ci arrivano dalla tradizione romana sono inutilizzabili perché si riferiscono ad un periodo di molti secoli posteriore a quello preso da noi in esame, quando i Romani, procedendo nella conquista della Cisalpina e delle Gallie, erano venuti in contatto con le popolazioni celtiche portatrici della cultura di La Téne, alquanto differente da quella di Golasecca. In nostro aiuto possono venire, almeno in parte, alcuni reperti archeologici che sembrano rimandare a concetti e credenze religiose proprie non solo delle popolazioni della cultura di Golasecca ma diffuse anche in ambito italico e transalpino nella prima età del Ferro. Nella parte seguente dell'articolo prenderemo in particolare considerazione il culto del sole in quanto nella documentazione archeologica sembra che questo astro abbia avuto un'importanza superiore rispetto alla luna e, per questo motivo, ci ha lasciato un numero elevato di testimonianze relative alla sua adorazione, in primis nel motivo della barca solare con protomi ornitomorfe.
 
 
05 mojencaLa fonte della Mojenca si configura come zona sacra e religiosa per via di alcuni elementi caratteristici: la presenza dell'acqua con tutti i suoi significati legati alla rigenerazione e al nutrimento delle forme di vita (per approfondire vedi l'articolo “La simbologia dell'acqua nelle cosmogonie e nei miti di rigenerazione”), la celebrazione di probabili forme di culto solare o lunare per via dell'orientazione astronomica, il culto della Grande Madre legato a sorgenti, gallerie e miniere assimilate al ventre di questa dea.
In primo luogo la sacralità delle acque presso i Golasecchiani è testimoniata dalla pratica della deposizione rituale di oggetti metallici, prevalentemente armi e ornamenti, in corsi o specchi d'acqua come offerte alle divinità. Questa pratica si registra all'interno dell'areale golasecchiano con due ritrovamenti pertinenti alla fase finale dell'età del Bronzo: quello di numerosi oggetti di ornamento (fibule, armille, pendagli) nella torbiera di Capriano-Renate (MB) e quello di una spada di bronzo tipo Rankweil da Bernate, località Prato Pagano (CO), a pochi chilometri di distanza dalla Mojenca. La peculiarità di questi rinvenimenti è che gli oggetti “offerti” alle acque si recuperano in ottimo stato di conservazione a differenza di quelli conservati nei ripostigli (spesso allo stato di rottami) o nelle tombe (dove si assiste alla pratica della frammentazione rituale).
 
La spada di Prato Pagano (REGAZZONI 1885) presenta sull'elsa il motivo della barca solare con protomi ornitomorfe, un tipico tema cultuale diffuso non solo nell'areale della cultura di Golasecca ma anche nell'area danubiano-carpatica, alpina ed italica. L'origine di questo motivo decorativo è da ricercarsi nella cultura dei Campi d'Urne del Bronzo Finale (lo stesso momento cronologico a cui è riferibile anche la spada di Prato Pagano); esso si diffonde poi a sud delle Alpi per tutta l'età del Ferro, con una forte presenza in ambito toreutico nell'Etruria meridionale, in particolare nella zona di Tarquinia. Il tema iconografico sembra cadere in disuso verso la fine del V secolo a.C. a nord delle Alpi mentre nell'areale delle cultura di Golasecca sopravvive ancora nel IV secolo a.C.
06 spada da BernateLe raffigurazione del disco solare o della ruota trasportato da un'imbarcazione a protomi ornitomorfe o accostato a figure di uccelli acquatici (sostituiti da equini nelle fasi più recenti) è interpretato come la rappresentazione del viaggio notturno e diurno del sole. Nel suo ciclo giornaliero di morte e rinascita l'astro diurno percorre il cielo durante il giorno e le regioni infere e acquatiche durante la notte. Nell'antichità le acque danno la vita, trasmettono forza, guariscono i malati e ringiovaniscono i vecchi, ridonano la vista e riportano in vita i morti. Allo stesso tempo l'elemento acquatico è anche simbolo dell'oltretomba: dalle caotiche acque primordiali è emersa la creazione e ad essa ritornerà quando le forme si dissolveranno. L'acqua contiene al suo interno i germi di una nuova creazione e il contatto con l'elemento liquido equivale a una rigenerazione. Per questo l'uccello acquatico (cigno, anatra o oca a seconda dei casi) si rivela l'animale più adatto ad accompagnare l'astro solare nel suo viaggio tra cielo e abissi oceanici, un viaggio che lo porta a morire immergendosi nelle acque primordiali per rigenerarsi e nascere a nuova vita.
Nell'areale della cultura di Golasecca il motivo della barca solare si riscontra sui tre schinieri della Malpensa (DE MARINIS 2009a), anche questi, come la spada di Prato Pagano, pertinenti al Bronzo Finale. Gli schinieri della Malpensa sono tra loro spaiati, di dimensioni e decorazione diversi, realizzati in lamina bronzea decorati con punti a sbalzo. Il primo schiniere presenta quattro ruote raggiate di chiara valenza solare, il secondo una serie di teste ornitomorfe stilizzate con una borchia al posto dell'occhio e becco rivolto verso l'interno, il terzo è caratterizzato da teste ornitomorfe stilizzate con il becco rivolto verso l'esterno. Gli schinieri della Malpensa si collocano nel quadro della produzione di officine specializzate nella fabbricazione di oggetti in lamina bronzea decorati a sbalzo (vasellame per uso cerimoniale, armamento difensivo da parata, ornamenti di lusso, ecc) destinati alla manifestazione del potere da parte delle élites locali.
Nel contesto dell'emergere di una classe dirigente all'interno della cultura di Golasecca si colloca anche la tomba del Carrettino della Ca' Morta (Como), databile agli inizi del VII secolo a.C., dotata di un ricco corredo di oggetti in lamina bronzea tra cui un'anfora decorata a sbalzo con dischi solari alternati alle consuete protomi ornitomorfe (DE MARINIS 1988). Insieme all'anfora, usata come cinerario, erano un attingitoio in lamina bronzea di tipo villanoviano bolognese e due ciotole baccellate provenienti da Vetulonia. Una di queste era montata, tramite bacchette, su quattro piccole ruote in modo da formare un carrettino cultuale. La tomba è ascrivibile ad un personaggio di rango, un guerriero, come indicano la presenza di un coltello in bronzo a lama serpeggiante, di un'ascia finemente decorata, di una cuspide di lancia, di una spada con lama in ferro e di una coppia di morsi da cavallo in ferro del tipo Platenitz. Questi ultimi si legano ad alcuni frammenti di bronzo e ferro probabilmente relativi ad un carro da combattimento a due ruote. Nella tomba compaiono oggetti di prestigio relativi al ruolo di guerriero del defunto (armi, morsi da cavallo, carro da guerra) e all'ideologia del banchetto (anfora, attingitoio, ciotole); è testimoniato inoltre l'ampliarsi dei contatti commerciali golasecchiani per via dei diversi oggetti d'importazione provenienti sia dall'Etruria che dalla Bologna villanoviana (vasellame bronzeo).
07 situla guerrieroBorchie circolari e uccelli acquatici appaiono anche sulle situle tipo Kurd nelle due tombe di guerriero di Sesto Calende, databili la prima alla seconda metà del VII secolo a.C., la seconda tra fine VII e inizio del VI secolo a.C (DE MARINIS 1975 e 2009b). Anche queste sono due ricche tombe di personaggi maschili di rango, deposti con armi, elementi di armatura, carri da guerra a due ruote, ricco vasellame ceramico e bronzeo e diversi oggetti di ornamento. Dalla seconda tomba di guerriero proviene anche un guttus ornitomorfo, cioè un recipiente ceramico ad alto piede con la parte superiore aperta configurata a forma di uccello acquatico. A parte il gutto, tutti gli oggetti fin qui trattati e legati alla combinazione disco solare-uccello acquatico sono dei pezzi di importazione; ad essi possiamo aggiungere un cinturone villanoviano decorato ad anatrelle rinvenuto a Como in località Prestino-via Isonzo (RAPI 2008).
Da qui in poi il motivo viene ripreso anche su oggetti di produzione locale golasecchiana come ad esempio nell'elaborato pendaglio rinvenuto nella tomba 294 della Ca' Morta (DE MARINIS 1978) in cui la parte superiore è costituita da una figura antropomorfa molto schematica decorata da due anatrelle poste l'una di fronte all'altra. Si tratta di un pendaglio tipo Trezzo e databile alla fine del V secolo a.C., che si rinviene in ricche tombe femminili a volte insieme a particolari tipologie di recipienti ceramici di probabile uso rituale, quali doppieri, candelabri o ceramica ornitomorfa. Il tema dell'uccello acquatico e della ruota raggiata a valenza solare si trova anche sulle placche da cintura ticinesi di forma foliata (DE MARINIS 2000) tipiche del costume femminile e su una serie di pendagli a forma di ruota raggiata con figure di uccelli acquatici a tutto tondo sul diametro esterno (RAPI 2008). Piccole figure ornitomorfe si trovano anche sull'arco di una fibula a sanguisuga con intarsi di corallo da Castelletto Ticino (RONCORONI 2005) e su una fibula a sanguisuga da Golasecca (VON ELES MASI 1986).
 
L'uccello acquatico - che sia gru, oca, anatra o cigno - appartiene ad una duplice sfera simbolica: l'ambiente celeste, luminoso e aereo è assimilato alla vita mentre quello acquatico, oscuro, abissale ma pregno di potenza generativa, all'aldilà e alla morte. Nei gioielli scandinavi dell'età del Bronzo il disco solare ha raggi terminanti a testa di cigno e gli Elleni lo associavano ad Apollo iperboreo il cui carro era trainato da due candidi cigni. Ierofania della potenza solare, della luce e dello splendore, nell'India vedica l'oca dal capo striato è il simbolo del sole, principio maschile delle fertilità. Il cigno è anche associato a figure femminili: il carro di Venere era trainato da cigni e presso i popoli dell'Asia settentrionale il cigno era simbolo della Sposa Celeste che doveva essere fecondata dalla terra o dall'acqua; frequenti sono le leggende che narrano di fanciulle o ninfe, persino le Valchirie, che prendono le sembianze di un cigno o di un altro uccello acquatico. Nelle mitologie nordiche e celtiche gli uccelli acquatici sono gli l'animali che accompagnano gli eroi o le eroine nei loro viaggi tra cielo e terra, attraverso il regno della morte per rinascere a nuova vita, sono gli psicopompi che conducono le anime nell'aldilà e, per analogia, conducono gli iniziati verso le loro prove e i pellegrini alla volta dei luoghi sacri. L'uccello acquatico, in quanto partecipe della forza rigenerativa delle acque, dona vita e salute, trasforma e rigenera. Manifestazione terrena di questa sua capacità è il viaggio che il cigno compie verso nord all'inizio dell'estate, verso l'immacolato regno degli Iperborei illuminato dal sole per sei mesi l'anno. Dal suo ventre nasce inoltre l'uovo cosmico manifestazione dell'Universo, la materia che ha avuto origine dall'Oceano Primordiale (CATTABIANI 2000).
 
08 guttoRiguardo il valore simbolico dell'uccello acquatico, all'interno della cultura di Golasecca troviamo alcuni recipienti ceramici di forma ornitomorfa – i cosiddetti gutti – a valenza cerimoniale (FUSCO 1964). A Como ne sono stati rinvenuti due esemplari nella tomba 140 della Ca' Morta (RITTATORE 1966), un altro gutto proviene da una tomba di Castelletto Ticino, località Bosco del Monte; infine abbiamo il già segnalato gutto della seconda tomba di guerriero di Sesto Calende. Questi recipienti, di fattura molto simile, presentano un largo becco piatto, un breve collo che identifica il volatile come un'anatra piuttosto che un cigno o un'oca, un piccola coda attraversata da uno stretto canale per la fuoriuscita del liquido rituale utilizzato, forse vino, latte o essenze profumate. Si tratta quindi di vasi cerimoniali usati nel corso di particolari riti che prevedevano libagioni sia da parte di principi guerrieri che di sacerdotesse. Questi gutti si rinvengono infatti sia nelle tombe maschili (seconda tomba di guerriero), sia in quelle femminili (come la CM 140) e sono collocabili cronologicamente all'interno del VI secolo a.C. Dello stesso periodo è il magnifico esemplare con tre gutti raccordati da tre bracci su un unico piede proveniente dalla tomba X di Albate (una tomba femminile) che ha contatti con la classe ceramica dei doppieri e dei candelabri a tre bracci (DE MARINIS-FRONTINI 1990). Questi manufatti sono composti in genere da un piede svasato a tromba e da un sostegno di forma semicircolare con la funzione di sorreggere due o tre coppe. I doppieri e i candelabri fanno parte di una tipologia di oggetti di lusso, che aveva funzione rituale, rinvenuta in sepolture molto ricche di individui di sesso femminile, soprattutto nel Golasecca II B (parte finale del VI secolo a.C.). Si tratterebbe di un tipo ceramico specializzato, da utilizzare durante il culto o le cerimonie funerarie da parte di sacerdotesse. Le coppe dei doppieri potrebbero essere state usate per compiere libagioni rituali ricollegandoci, anche in questo caso, al valore rigenerativo dell'acqua o di altri liquidi quali latte o sangue; si tende invece ad escludere un loro uso come incensieri o bruciaprofumi in quanto non sono mai state rinvenute tracce di sostanze combuste all'interno delle coppe.
 
Nella sfera religiosa e cultuale della cultura di Golasecca, fino a come è stata fin qui delineata, si nota il confluire di due diverse tradizioni. Il culto solare, associato alle armi e al ruolo guerriero, è di chiara matrice indoeuropea, espressione di una società patriarcale di guerrieri e sacerdoti, con una religiosità rivolta a divinità celesti e della luce. Il culto delle acque è invece connesso al più antico culto della Dea Madre, una divinità le cui caratteristiche divine si esplicano nel ruolo rigenerativo della acque e della terra, nel continuo rinnovarsi della vegetazione e delle colture. La religiosità della Dea Madre è espressione delle culture neolitiche basate su un'economia agricola e su una società matriarcale lentamente soppianta da quella indoeuropea e patriarcale nel corso di successive ondate di invasioni tra l'età del Rame e quella del Bronzo (GIMBUTAS 2008).
09 vaso anatrelle albateGli oggetti rituali che rimandano al tema della barca solare, all'uccello acquatico e alla rigenerazione si rinvengono sia in tombe maschili che in quelle femminili: la funzione cerimoniale di queste immagini era dunque patrimonio sia di guerrieri-sacerdoti che di sacerdotesse, matrone o vergini che fossero. Dalla documentazione archeologica si può notare che nel periodo più antico, almeno fino al VII secolo a.C. le tombe più ricche della cultura di Golasecca appartengono ad individui di sesso maschile, guerrieri e personaggi di rango che detenevano il potere politico e religioso all'interno della comunità; con il VI secolo a.C. invece le tombe più sfarzose sono quelle femminili e si caratterizzano per il contenere proprio quei recipienti ceramici usati nelle cerimonie rituali, quali i gutti ornitomorfi, doppieri e candelabri a tre bracci.
 
Questa bipartizione sembra trovarsi anche sulle incisioni rupestri della Valcamonica, abitata dai Camuni, genti di cultura celtica come i Golasecchiani. L'uccello acquatico è associato alla sfera maschile in numerose incisioni dove compaiono guerrieri e la sua immagine ha probabilmente un ruolo apotropaico e di psicopompo. Nel caso di una sua gloriosa morte in battaglia, l'uccello avrebbe trasportato l'anima del guerriero nell'aldilà celeste, come giornalmente trainava il luminoso disco solare; inoltre, l'accostamento del volatile con il guerriero poneva quest'ultimo a diretto contatto con le regioni celesti abitate dal grande dio indoeuropeo della luce. Si enfatizza qui l'aspetto uranico dell'uccello acquatico.
Associato a dee o a sfere di culto di pertinenza femminile, l'uccello acquatico ha invece valenza rigeneratrice, risanatrice e apportatrice di vita, in stretta connessione con il culto delle acque. Le rocce con arte rupestre e i luoghi di culto, infatti, sono spesso collocati in zone con una significativa presenza d'acqua e nelle vicinanze di sorgenti. Emblematico è il caso del santuario della Minerva Ughieia (sanatrice) di Breno, sempre in Valcamonica. Qui, in epoca protostorica e prima della monumentalizzazione romana del santuario, si compivano rituali presso un altare delimitato da un recinto ovale di pietre posto proprio al di sotto di una grotta da cui scaturivano sorgenti. Sopra questo altare ed intorno ad esso venivano accesi roghi votivi e si compivano sacrifici. Tra gli oggetti votivi, frantumati e sparsi tutto intorno, è stata rinvenuta una placchetta votiva in bronzo che raffigura una figura umana molto schematica con le braccia levate verso l'alto al di sopra di una barca solare a protomi ornitomorfe; la figura è riccamente decorata a puntinato e a cerchi concentrici di valenza solare sia sul corpo sia per indicare gli occhi della coppia di uccelli (ROSSI 2005). La placchetta vuole raffigurare una dea assimilabile a figure quali Reitia, Pora e Sainate, divinità legate alle acque, a culti della fertilità, a pratiche di guarigione, a cerimonie di passaggio, alla sfera funebre con le sue valenze rigeneratrici, la cui tradizione si ritrova in area centro-europea, in Italia, nei Balcani, fino all'Egeo e all'Asia minore. Sempre in Valcamonica venivano venerate le Aquane, degli esseri semidivini, ninfe o fate, che abitavano laghi, fiumi e sorgenti e avevano il potere di conoscere passato e futuro, tramutarsi in lontre e ammaliare gli uomini per unirsi carnalmente ad essi (FOSSATI 1997).
 
10 placchetta brenoDa tutte queste testimomianze si delinea la figura di una Grande Dea a cui erano sacre le acque, le fonti, i pozzi e i fiumi, essenzialmente per la loro valenza sanatrice e generatrice. La Dea è contemporaneamente datrice di vita, datrice di morte e rinnovatrice. La rigenerazione inizia nel momento stesso della morte e avviene all'interno del corpo della dea, nel suo utero umido, sotterraneo e fecondo. La terra o la tomba dove gli uomini vengono deposti è il corpo della Dea dove le anime dei defunti beneficiano del potere generativo della “Madre dei morti”: le tombe a corridoio (come i cromlech del Monsorino di Golasecca e fino alle manifestazioni monumentali di Newgrange) richiamano gli organi sessuali della Dea e il tumulo sopra di esse il suo ventre gonfio; lo stesso si può dire delle tombe a pithos con il morto deposto in posizione fetale entro una fossa o in un vaso e di diversi santuari dell'antichità, come quelli maltesi di Gigantija e Mnajdra. Grotte, fenditure nella roccia, caverne e tunnel sono le rappresentazioni naturali dell'utero della Dea, all'interno delle quali, già dal Paleolitico, gli uomini dipingevano e incidevano figure di animali e praticavano riti per garantire la rigenerazione della vita (GIMBUTAS 2008).
 
La stessa fonte della Mojenca, con il suo lungo corridoio pregno dell'umidità feconda della Dea, si può configurare come un luogo in cui si manifestava il suo potere rigenerativo. La connessione appare ancora più forte se si associa al culto del sole nel suo momento di maggiore sofferenza, al solstizio invernale. Questi è il punto più buio dell'anno, il trionfo dell'oscurità, che si esplica nella notte più lunga e nel giorno più corto; ma nel momento stesso in cui trionfa la notte avviene anche la sua sconfitta, in quanto da qui in poi i giorni prenderanno ad allungarsi e le notti ad accorciarsi. Anche se inizia il periodo più freddo ed oscuro dell'anno vi è la speranza che la luce e il calore torneranno presto. Le mitologie celebrano un Figlio della Luce che nasce nel momento più oscuro dell'anno, in condizioni precarie e minacciato, ma che riesce a sopravvivere per poi manifestarsi al momento opportuno come “Grande Figlio”, giovane dio dell'estate, che sia Lugh, il Maponos celtico o persino Gesù. Il seme della luce viene piantato nell'utero umido e buio della Dea in modo che possa crescere e fiorire a tempo debito.
Sembra proprio questo il significato più profondo dei riti che presumibilmente i Golasecchiani eseguivano al solstizio presso la Mojenca: il sole morente, nel giorno più corto dell'anno, con i suoi ultimi raggi penetra nel grembo della Dea Madre e qui, grazie al potere generativo dell'acqua, torna a nuova vita in modo da poter assicurare la rigenerazione della vita.
 
Andrea Burzì
 
Bibliografia di riferimento
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  • S. Alivernini, La fonte della Mojenca, in Archeologia. Il passato presente, n. 1/2007
  • S. Alivernini, Cercando il significato del termine: Mojenca, in Archeologia. Il passato presente n. 1/2013
  • V. Barelli, Nuove scoperte in Rondineto, comune di Breccia, dal luglio 1877 in poi, in RAComo fasc. 13, 1878, pp. 19-20, tav. I, evidenza D.
  • M. Bertolone, Tomba della prima età del Ferro, con carrettino, scoperta alla Ca' Morta di Como, in Sibrium III, pp 37-40, 1957.
  • D. Camporusso, Como, Parco della Spina Verde – Località Fonte Mojenca, in Notiziario della Soprintenza Archeologica della Lombardia 1995-97, pp. 23-24, figg. 14-15.
  • D. Camporusso, Aggiornamento storico-archeologico del territorio comasco, in RAComo fasc. 182, 2000, pp. 23-24, figg. 14-15.
  • A. Cattabiani, Volario. Simboli, miti e misteri degli esseri alati: uccelli, insetti, creature fantastiche, Milano 2000.
  • R.C. de Marinis, Le tombe di guerriero di Sesto Calende e le spade e i pugnali hallstattiani scoperti nell'Italia nord-occidentale, in Archaeologica. Scritti in onore di A.Neppi Modona, Firenze 1975, pp. 213-269.
  • R.C. de Marinis, La necropoli della Ca' Morta alla luce delle ultime scoperte, in Età del Ferro a Como, Como 1978, pp. 65-97, tav. 5.
  • R.C. de Marinis, Liguri e Celto-Liguri, in Italia. Omnium terrarum alumna, Collana Antica Madre, a. c. di G. Pugliese Caratelli, pp. 157-259, Milano 1988.
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  • M. Gimbutas, Il linguaggio della Dea, Roma 2008.
  • C. Iaia, Lo stile della “barca solare ornitomorfa” nella toreutica italiana della prima età del Ferro, in Preistoria e Protostoria in Etruria. Miti Simboli Decorazioni Ricerche e Scavi. Atti del sesto incontro di studi, vol. I, pagg. 307-325, Milano 2004.
  • G. Luraschi, P.U. Martinelli, C. Piovan, G. Frigerio, F. Ricci, Insediamenti di Como preromana, in RAComo, fasc. 150-151, 1968-1969.
  • A. Kondratiev, Il tempo dei Celti. Miti e riti: una guida alla spiritualità celtica, Milano 2005.
  • A. Pozzi, Megalitismo. Architettura sacra della preistoria, Como 2009
  • M. Rapi, Un pendaglio ad anatrelle golasecchiano al Museo di Brescia, in Notizie archeologiche bergomensi, n.16, 2008, pp. 67-73.
  • I. Regazzoni, Di una spada di bronzo di Bernate, in RAComo, fasc. 28, 1885, pp. 7-16
  • F. Rittatore, La necropoli preromana della Ca’ Morta (scavi 1955-1965), Como 1966.
  • F. Roncoroni, La cultura di Golasecca nella Collezione Garovaglio. L'area occidentale, Como 2005.
  • F. Rossi, La dea sconosciuta e la barca solare. Una placchetta votiva dal santuario di Breno in Val Camonica, Milano 2005.
  • P. Von Eles Masi, Le fibule dell'Italia Settentrionale, in Prähistoriche Bronzefunde, XIV, 5, Munchen, 1986.
 
 

Credits immagini - Le fotografie da 1, 3, 4 e 5 sono di Andrea Burzì ©

01. La fonte della Mojenca.

02. Carta di Vincenzo Barelli, rielaborata da RAComo 1878.

03. L'abitato di Pianvalle.

04. La Mojenca durante il solstizio invernale.

05. La fonte della Mojenca.

06. La spada di Prato Pagano con l'elsa conformata a barca solare. Fonte

07. La situla della seconda tomba di guerriero di Sesto Calende. Museo Civico Archeologico di Villa Mirabello, Varese. Fonte

08. Gutto ornitomorfo dalla seconda tomba di guerriero di Sesto Calende. Museo Civico Archeologico di Villa Mirabello, Varese. Fonte

09. Vaso a tre bracci sormontato da anatrelle rinvenuto nella tomba X di Albate (CO). Museo della Preistoria e Protostoria, Castello Sforzesco, Milano. Fonte

10. Placchetta votiva in bronzo con divinità sopra barca solare, rinvenuta al santuario della Minerva di Breno. Museo Archeologico Nazionale della Valle Camonica di Cividate Camuno. Fonte

 
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