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La spada di Prato Pagano (Bernate) e le deposizioni votive nelle acque
durante l'età del Bronzo e la prima età del Ferro


PP 01Nell'inverno del 1847-48, nel comune di Bernate (CO), in località Prato Pagano, fu rinvenuta una spada in bronzo; l'arma venne alla luce durante lavori di bonifica condotti nella proprietà di Giuseppe Lucini, in una zona paludosa posta nei pressi delle colline di Grandate e Bernate, vicino alla confluenza del rio Rossola con il Seveso e alla strada provinciale Regina. Nella stessa area furono recuperati anche diversi materiali provenienti da tombe romane, poste, secondo l'usanza del periodo, lungo le direttrici viarie di collegamento, in questo caso lungo l'antica strada che collegava Novum Comum con Mediolanum. E' proprio la scoperta di queste reliquie archeologiche che ha determinato la toponomastica del luogo, pensando i locali, e a ragion veduta, che questi oggetti fossero appartenuti ad antiche popolazioni non ancora cristianizzate.

La spada venne donata al Municipio di Como nel marzo del 1848, pochi giorni prima dello scoppio dei moti rivoluzionari a Milano e in Lombardia e della cacciata degli Austriaci. L'indipendenza, nonostante l'eroicità degli avvenimenti delle cosiddette Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848), durò però solo fino ai primi di agosto. Il ritorno degli austriaci comportò la confisca di tutte le armi in possesso della popolazione e dure pene a chiunque non avesse consegnato armi di ogni sorta; fortunatamente la spada venne nascosta nel solaio del Palazzo del Comune, riuscendo così a sottrarsi alle requisizioni austriache e qui rimase fino al marzo del 1884, quando fu riscoperta durante lavori di restauro dell'edificio e fu esposta al Museo archeologico Paolo Giovio dove si trova ancor oggi (sala 5).

PP 02Si tratta di una spada in bronzo del tipo Rankweil, lunga circa 60 cm (48,5 cm la lama e 11,5 l'impugnatura). L'impugnatura, decorata con cerchietti concentrici, è cava, fusa in un unico pezzo e unita alla lama da due ribattini; presenta un pomo a disco con pomello centrale, un fusto con tre costolature e una guardia semicircolare con il motivo della barca solare. La lama è del tipo pistilliforme con massima larghezza verso la punta, nervatura mediana e tagliente su entrambi i lati. Essa era adatta, perciò, a menare fendenti, per esempio da un carro da battaglia e sul pomo presenta un foro che permetteva di legare la spada al polso durante il combattimento.
Il tipo è diffuso soprattutto a nord delle Alpi, dall'Austria occidentale fino alla Germania centro-meridionale, ed è collocabile cronologicamente tra il X e il IX secolo a.C. (Bronzo Finale), un periodo contraddistinto in questa zona geografica dall'insieme culturale denominato Protogolasecca tipo Ca' Morta-Malpensa; la spada testimonia, dunque, la presenza di avviati rapporti commerciali tra l'Italia settentrionale e le regioni transalpine, rapporti destinati ad accrescersi durante l'età del Ferro con l'affermarsi della cultura di Golasecca e che raggiungeranno l'apice nel V secolo a.C., con la straordinaria fioritura del comprensorio protourbano di Como, ponte di collegamento tra mondo mediterraneo ed Europa centrale.

Il fatto che il luogo di rinvenimento fosse un tempo una palude colloca il ritrovamento nella categoria delle deposizioni nelle acque (Gewässerfunde): con questo termine si indicano le offerte rituali di oggetti di prestigio deposti in acque, in particolare armi e ornamenti. Inoltre, ad avvalorare questa ipotesi, vi è l'integrità dell'arma. In questo periodo le armi deposte nelle tombe venivano ritorte e spezzate secondo un uso che ancora non ha trovato una motivazione certa: si crede che queste azioni fossero compiute per impedire che qualcuno potesse violare la tomba per appropriarsi del suo contenuto oppure, molto più probabilmente, per liberare l'essenza dell'oggetto dalla sua fisicità in modo che potesse seguire il possessore nell'aldilà, un'ideologia questa legata all'affermarsi della pratica dell'incinerazione dei defunti.
A riprova di quest'usanza possiamo citare la spada coeva, ma di fattura leggermente differente, deposta nella tomba 292 della Ca' Morta: la spada presenta segni di deformazione per essere stata posta sul rogo funebre insieme al cadavere ed è stata spezzata in 7 parti e così deposta nella tomba. Tra le armi del periodo compreso tra il Bronzo finale e la prima età del Ferro possiamo anche annoverare la spada di Moncucco e la spada della Ca' Morta-Cava Ballerini, quest'ultima però deposta intera nella tomba.

Le deposizioni votive nelle acque si collegano ai culti della fertilità tipici soprattutto dell'Europa continentale e nordica nell'età del Bronzo. Ad essere offerti alla divinità, affondandoli nelle acque, ma anche ponendoli sulle cime delle montagne o gettandoli in crepacci inaccessibili, sono oggetti prestigiosi e spesso dalla decorazione assai elaborata: armi, in preferenza spade ma anche asce, e oggetti di prestigio. 
Dai ritrovamenti archeologici possiamo notare che il fenomeno è diffuso nell'Italia settentrionale a nord del Po', mentre più a sud diventa raro, ed è più frequente nella parte orientale dell'Italia settentrionale. Per quanto riguarda la scansione cronologica, questa pratica compare nella zona orientale a partire dal Bronzo Medio (1600-1300 a.C.) e si diffonde progressivamente verso occidente, dove acquista consistenza nel Bronzo Recente (1300-1150 a.C.); tende poi a scomparire fino al passaggio Bronzo Finale – età del Ferro (IX secolo), periodo a cui risale la spada di Prato Pagano, per continuare poi fino alle prime fasi dell'età del Ferro.
I fiumi che hanno restituito più spade sono il Sile e il Piave, rispettivamente con 24 e 9 spade; seguono il Po (9 spade), il Chiese e il Bacchiglione (5 spade ognuno), e via via tutti gli altri; sembra dunque che Sile e Piave avessero una grande importanza come luoghi di culto, forse anche per il fatto di essere zone di confine tra ambiti culturali diversi. Anche la tipologia degli oggetti offerti alla divinità tende a cambiare in base alla zona geografica: per esempio le spade a lingua di presa sono più frequenti nelle zone orientali, mentre quelle con codolo a bastone nelle zone occidentali.
Per lo orizzonte cronologico della spada di Prato Pagano (Protogolasecca) altri ritrovamenti di oggetti in bronzo attribuibili a deposizioni rituali di oggetti in specchi d'acqua o fiumi si collocano nella torbiera di Capriano-Renate (MB) i cui materiali sono conservati al Museo archeologico di Milano. Tra essi troviamo una fibula ad arco semplice decorato a tortiglione, uno spillone a capoccia biconica, un pendaglio a cerchi concentrici e quattro raggi (tipo Kossack 7), tre armille a capi aperti, un anello in filo di bronzo avvolto a spirale: in base alla fibula e al pendaglio il ripostiglio si data al Protogolasecca II (XI secolo a.C.).

Renato Peroni pone l'attenzione sulle deposizioni in specchi d'acqua (paludi, laghi, torbiere) e le distingue da quelle effettuate nei fiumi, connesse, a suo avviso, al culto di personificazioni del corso d'acqua. Le prime, invece, sarebbero legate alle rappresentazioni di uccelli acquatici: questi appaiono spesso in composizioni "araldiche" o a coppie con le teste rivolte in direzioni opposte e collegate dal motivo semicircolare della Barca Solare. L'offerta sarebbe dunque legata al culto di una divinità solare, secondo una simbologia diffusa in tutto l'ambito europeo e mediterraneo: basti pensare ai cigni che trainano il carro solare della mitologia greca e alle diverse concezioni che vedono gli uccelli come tramite tra l'uomo e la sfera divina (ornitomanzia).
PP 03A questo culto si collega quello dell'arma, a cui non è facile dare un significato univoco. Nell'Europa mediterranea è diffuso il simbolo dell'ascia, soprattutto la bipenne, in associazione alla protome taurina. Se alcuni studiosi hanno interpretato l'ascia come rappresentazione della folgore, che quindi ci collega ancora all'ambito celeste, altri hanno invece posto l'accento sull'idea di fertilità e rinnovamento, più legata alla sfera ctonia.

Se è difficile dare un'interpretazione univoca e solidamente fondata a manifestazioni religiose di un periodo ancora privo della scrittura, è però certo che accanto alla dimensione sacrale ve ne fosse anche una sociale. Con queste pratiche le élites sociali emergenti che accumulavano sempre maggiori ricchezze ne offrivano una parte alla divinità a favore di tutta la comunità, ottenendo per essa condizioni favorevoli, soprattutto fertilità dei campi e del bestiame. In questo modo, oltre a legittimare il loro prestigio e il loro potere, favorivano la coesione sociale. 
Per concludere è interessante notare come questa pratica sia sopravvissuta a lungo, se non nella pratica, almeno nel folklore: il ritrovamento di armi e altri oggetti preziosi nelle acque di fiumi, laghi o stagni deve aver alimentato una serie di leggende che, almeno dall'età medievale si sono tramandate fino ai giorni nostri. Possiamo, ad esempio, citare la spada di re Artù: questa è donata al padre Uther Pendragon dalla Dama del Lago e ad essa tornerà dopo la sua morte. Nella saga dei Nibelunghi il tesoro della principessa Crimilde è deposto nel fiume Reno e nessuno lo recupererà più. Un antico rito della protostoria europea rivive così nel folklore e nei racconti dell'età medievale e moderna.

Andrea Burzì

Bibliografia di riferimento

  • M. Bernabò Brea, A. Cardarelli, M Cremaschi (a cura di) Le terremare, la più antica civiltà padana, Milano 1997.
  • A.M. Bietti Sestrieri, L'Italia nell'età del Bronzo e del Ferro, Roma, 2010.
  • R.C. de Marinis, S. Casini, M. Rapi, L'abitato protostorico dei dintorni di Como, in La Protostoria in Lombardia, Atti del 3° Convegno archeologico regionale, Como Villa Olmo 22-24 ottobre 1999, Como 2001, pp. 97-140.
  • R.C. de Marinis, Ritrovamenti dell'età del Bronzo Finale in Lombardia. Contributo alla suddivisione in periodi del Protogolasecca, in Sibrium. XI, 1971-1972, pp.53-98.
  • R.C. de Marinis, Appunti sul Bronzo Medio, Tardo e Finale in Lombardia, in Atti del 1° Convegno Archeologico Regionale, Brescia 1981, pp. 173-204 .
  • R.C. de Marinis, L’età del Bronzo: la metallurgia, in AA.VV. Archeologia in Lombardia, Milano, 1982, pp. 63-82, fig. 85.
  • R.C. de Marinis, La protostoria, in AA.VV. Archeologia in Lombardia, Milano, 1982, pp. 83-106.
  • R.C. de Marinis, La civiltà di Golasecca, in La Lombardia dalla preistoria al Medioevo, Milano 1985, pp. 51-81.
  • R.C. de Marinis, Il Bronzo finale nel Canton Ticino, in I Leponti tra mito e realtà, a cura di R.C. de Marinis e S. Biaggio Simona, Locarno 2000, tomo 1, pp. 159-183.
  • R.C. de Marinis, Il Bronzo Recente e Finale nelle vicende del Basso Verbano e della protostoria lombarda, in Museo Civico di Sesto Calende. La raccolta archeologica e il territorio, a cura di M.A. Binaghi e M. Squarzanti, Sesto Calende, 2000, pp.34-41.
  • R.C. de Marinis, Il Bronzo Finale nel Canton Ticino, in AA. VV., I Leponti tra mito e realtà. Raccolta di saggi in occasione della mostra, a. c. di R.C. de Marinis, S. Biaggio Simona, Locarno 2000, vol. I, pp. 123-146.
  • R.C. de Marinis, appunti dalle lezioni del corso di Protostoria Europea, Università degli Studi di Milano, AA. 2008-2009.
  • R. Peroni, Protostoria dell'Italia continentale. La penisola italiana nell'età del Bronzo e del Ferro, Biblioteca di Storia Patria, volume IX, Roma, 1989.
  • R. Peroni, L'Italia alle soglie della storia, Roma-Bari, 1996.
  • I. Regazzoni, Di una spada di bronzo di Bernate, in RAComo, fasc. 28, 1885, pp. 7-16.

Credits immagini
01. La spada di Prato Pagano con l'elsa conformata a barca solare – fonte
02. La spada di Prato Pagano – fonte
03. Il motivo della barca solare con protomi ornitomorfe su un recipiente in lamina bronzea da Rivoli Veronese, databile all'VIII-VII secolo a.C. (a sinistra) e su un recipiente fittile da Tirinto databile all'XI secolo a.C. (a destra) – fonte

 

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